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mercoledì 26 ottobre 2011
martedì 25 ottobre 2011
sabato 22 ottobre 2011
Dalla gabella alla mazzetta
Con il termine “Gabella” si indicava un tributo di tasse indirette sugli scambi e sui consumi di merci. Nasce in Francia nel XIV secolo, ma ebbe successo come tutte le migliori tasse anche in Italia.
Chi andava a riscuotere queste tasse era un misto tra pubblico ufficale e un libero concessionario in proprio, in proprio perchè? In quanto una percentuale dei proventi derivanti "dalla riscossione delle imposte gli era dovuto.. questa figura veniva chiamato"Gabbelliere”.
Cosa centra questa lontana figura con la mafia?
Bisogna sapere che questo tipo di riscossione veniva svolta in tutti i paesi del nord Italia dalla ricca borghesia imprenditoriale, mentre nel sud con l’aiuto e l’appoggio dello stato liberale questo compito veniva affidato ad alcuni personaggi per far si che potevano controllare meglio ogni singolo campo o territorio e guadagnare insieme allo stato anche loro (campieri o gabbellieri).
Quello che oggi si chiama mazzetta o tangente non somiglia per caso alla gabella?
Bene se anche per voi è cosi come per me da qui si capisce che la mafia è nata insieme allo stato unitario che politica e mafia camminano in braccetto sin dagli albori che la gente del sud quella che lavora non è mafiosa, ma la mafia è nata per arricchire il nord, o meglio la classe dominante e non certo il sud da cui lo stato attinge sempre le migliori risorse senza dare niente in cambio.
La mafia cosi facendo assume un ruolo pubblico a tutti gli effetti, ciò che invece in altri paesi viene svolto in modo più controllato e costruttivo dallo stato stesso.
Continuando anche la polizia a cavallo che all’epoca nel fine 800 svolgeva un ruolo diretto avevano il compito di evitare che avvenissero furti altrimenti dovevano risarcire loro stessi il danno. Cosi per evitare di rimetterci intelligentemente si mettevano daccordo con i mafiosi, in questo modo cercavano sempre di spingere a rubare e portare danni su luoghi che non erano di loro competenza, quindi si creava una collaborazione con le forze dell’ordine-mafia.
Non solo siccome il potere polico era sicuramente incentrato nelle città anziche nelle desolate campagne, i maggiori contatti erano quindi da ricercare proprio nei capoluoghi, da qui si suppone per logica che la mafia ha il suo epicentro nella città a stretto contatto con le forze politiche di cui ne fanno parte integrante ancora oggi. E questo perchè? ma perchè era nei grandi centri che il commercio aveva maggiore importanza.
HALLOWEEN, il Grande Cocomero e il cristianesimo.
La Generazione X italiana, a cui appartengo, ha scoperto Halloween grazie alle strisce di Peanuts, di Charles Monroe Schulz. Che il loro straordinario autore fosse cristiano (di una setta protestante) non pare del tutto privo di significato, se pensiamo alla crociata contro la festa dei morti in salsa nord-americana condotta dalla chiesa italiana negli ultimi anni. Le accuse sono molteplici (è una festa consumista, satanista, estranea alle tradizioni italiane, inconciliabile con il cristianesimo, pagana) ma si riconducono agevolmente a una: Halloween è una festa anti-cristiana che rinverdisce antichissimi e ambigui culti mortuari, alieni dalla fede cristiana nella resurrezione dei morti (si pensi anche alla palermitana “festa dei morti” descritta con irresistibili toni grotteschi da Roberto Alajmo in Palermo è una cipolla).
A ripensarci oggi, sembra già di poter leggere tra le righe di Peanuts una presa di posizione filo-cristiana o comunque reattiva verso il consumismo mainstream della festa americana.
Il Grande Cocomero è l’eroe eponimo di un’anti-Halloween inventato dalla fantasia mitopoietica di Linus van Pelt. A differenza degli altri bambini, Linus non pratica l’usanza giocosa di bussare alle porte del vicinato, proponendo l’alternativa “dolcetto o scherzetto”, bensì attende tutta la notte che il Grande Cocomero, un Godot in versione fanciullesca, giunga a fargli visita nel suo “orto sincero”, recandogli i doni promessi ai bimbi buoni.
Ci sono qui molti elementi densi di senso: il Grande Cocomero, un duplicato di Babbo Natale - il quale intrattiene già per parte sua un rapporto complesso col cristianesimo -, richiede ai suoi adepti bontà e sincerità, virtù che reintroducono nella festività dei defunti la dimensione morale esclusa da Halloween.
Il luogo dell’orto (oltre a ricordare l’attesa apostolica nel Getsemani, che risuona nell’attesa notturna di Linus) è carico di valenze ecologiste ante litteram, svolgendo quindi il ruolo di un segno naturale contro l’artificialità delle merci dolciarie destinate ai bambini.
Infine, e più importante, la reiterata delusione di Linus per la mancata visita del Grande Cocomero non lo induce mai a dubitare della sua esistenza: un esempio di fede incrollabile nel futuro avvento di colui che deve venire!
Se mi fosse permesso, per contrastare la crisi del cattolicesimo – che nell’iperbole fantastorica di Michel Houellebecq, in La possibilità di un’isola, diventa addirittura rapido crollo ed estinzione – di fronte al diffondersi di riti ludici e consumistici come Halloween, mi sentirei di consigliare all’intelligentsia cattolica un’attenta e serissima reinterpretazione di Peanuts , capolavoro assoluto dell’immaginario occidentale novecentesco.
Pensieri sparsi sulla guerra sociale che ha luogo in Italia, 2011.
Chi sono, in Italia, i cosiddetti indignati che il 15 ottobre hanno fatto la loro comparsa sulla pubblica scena italiana, subito intercettati dai bellicosi?
L'etichetta deriva dal libretto di Stéphan Hessel, Indignez-vous!, subito adottato e amplificato dai mass-media di tutto l'Occidente. (Ma a New York l'etichetta è più diretta e tatticamente simbolica: Occupy Wall Street).
Non è difficile vedere che si tratta di quello che Wittgenstein avrebbe chiamato un errore grammaticale. Il verbo "indignarsi", non tollera sensatamente l'imperativo. Dire a qualcuno "indìgnati" non ha più senso che dire a qualcuno "desidera!" oppure "devi volerlo!" o, in negativo: "non pensare a un elefante rosa". Non si può indurre qualcuno a indignarsi, come non lo si può indurre a non pensare a un elefante rosa dopo che lo si è evocato.
Il linguaggio in molti casi non aderisce alla realtà, e questo è uno di quei casi.
Da dove viene questa esigenza di autoetichettarsi di fronte all'opinione pubblica (a ciò che ne resta) e - soprattutto - di fronte ai mass-media? L'impressione è che un'etichetta confusa possa venire agitata con tanta ingenua convinzione quanto più è debole e confuso il movimento che si riconosce in esso.
Non stupisce che i bellicosi prendano facilmente il sopravvento su un gruppo di persone che si vogliono pacifiche, ma che non è detto abbiano un rapporto sostanzioso con la teoria e la prassi della nonviolenza (ben lontana dall'esaurirsi nel "non lanciare le pietre").
Potrebbe essere di qualche utilità la definizione che Spinoza dà dell'indignazione: "'indignazione è odio verso qualcuno che ha fatto del male a un altro" (Etica). Tre elementi sembrano qui essenziali: l'odio, il male commesso, l'altro che è vittima del male.
Alcuni indignati dicono di protestare per se stessi e il proprio futuro. Questa si chiamerebbe più correttamente rabbia o ira ("cupidità da cui per odio siamo incitati a far del male a chi odiamo", sempre Spinoza). Non riesco a immaginare nessun militante di sinistra del Novecento mentre esclama la propria "indignazione" contro il capitale.
Alcuni indignati dicono di protestare per se stessi e il proprio futuro. Questa si chiamerebbe più correttamente rabbia o ira ("cupidità da cui per odio siamo incitati a far del male a chi odiamo", sempre Spinoza). Non riesco a immaginare nessun militante di sinistra del Novecento mentre esclama la propria "indignazione" contro il capitale.
La mia domanda è: perché si vuole mascherare la propria giusta rabbia sotto un'etichetta posticcia, amabigua e di provenienza spuria (editoriale e giornalistica)? La risposta che mi viene in mente è una sola, forse inattesa: perché SI HA PAURA DELLA VIOLENZA SENZA CONOSCERE LA NONVIOLENZA.
[continua]
Possiamo ora dirlo liberamente, poiché è finalmente venuta ad esaurimento la leggera sbornia unitarista, da festeggiarsi con bandierine tricolori e iniziative pseudoculturali maggioritariamente insulse: L'Italia è in guerra, una guerra sociale, e questo stato di guerra è sotto gli occhi di ognuno.
Per sapere che le classi sociali esistono non c'era bisogno di Marx (al limite bastava Hegel), così come oggi non c'è più alcun bisogno di riutilizzare il vecchio concetto di conflitto di classe: il proletariato industriale che Marx aveva idealizzato come "classe universale", non esiste più o forse non è mai esistito con quelle caratteristiche di omogeneità e universalità, come alcuni hanno sempre sospettato (per esempio Jacques Rancière). Ci sono classi, gruppi, settori, insiemi e soprattutto individui con proprietà sociali simili o diverse tra loro. Oggi, in Italia, gli individui e i gruppi sono attraversati tutti dallo stato di guerra sociale, che schiera due soli campi avversi.
In Occidente, la situazione di guerra sociale, che alcuni (Agamben) teorizzano ormai da anni come guerra civile planetaria, è data dalla pretesa totalitaria del capitale di sussumere tutto il sociale. I cittadini occidentali, e particolarmente quelli della repubblica italiana (in Occidente un paese-frontiera della guerra sociale planetaria) sono schierati su due virtuali campi avversi: chi detiene ricchezza, o è al suo servizio, e chi detiene scarsa o nulla ricchezza o si schiera al fianco dei nullatenenti (anche perché viene rapidamente trasformato in uno di essi).
All'interno di questi due campi le differenze sono molte e rilevanti. Ma i campi sono quelli, e in Italia l'esasperazione sociale, culturale e politica causata dal berlusconismo (più sintomo che causa della guerra sociale) li ha resi più compatti che in passato.
All'interno di questi due campi le differenze sono molte e rilevanti. Ma i campi sono quelli, e in Italia l'esasperazione sociale, culturale e politica causata dal berlusconismo (più sintomo che causa della guerra sociale) li ha resi più compatti che in passato.
Un esempio concreto: chi lotta in Val di Susa contro un'opera pubblica pensata all'insegna dell'inutilità e in spregio alla grave crisi economica che il paese sta attraversando, non è certamente unito dall'appartenenza di classe, poiché se è vero che in Valle lottano molti proletari, più o meno bellicosi, è altrettanto vero che aderiscono alla causa NoTav molti appartenenti alla cosiddetta "classe media" (bell'esempio di non-concetto).
Nota: la lotta NoTav è potuta diventare una "causa" soltanto per l'insipienza aggressiva della classe dirigente, bipartisan in materia di profitto.
Non è necessario approfondire se chi detiene ricchezze sia "capitalista" in senso marxiano, ossia se detenga realmente i mezzi di produzione, o se faccia semplicemente parte di un gruppo sociale che detiene o controlla i mezzi di produzione e dunque la produzione. E' evidente il collante materiale (postideologico) dei due campi in guerra: la ricchezza e il suo immaginario. Ogni altra ideologia sembra oggi ridotta al lumicino, inclusa quella falsamente universalistica della chiesa cattolica.
Si è parlato molto di violenza e pacifismo, negli ultimi tempi, e molto a sproposito. Qualcuno (per esempio Belpoliti) ha teorizzato (per la verità debolmente) la fine delle rivoluzioni e l'inizio dell'epoca delle rivolte. Negli ultimi mesi in Italia ci sono in effetti stati alcuni episodi di scontri violenti tra poliziotti e gruppi di "antagonisti" bellicosi.
Nota: La stessa definizione giornalistica di "antagonista" tende a maschere l'esistenza della guerra sociale. Come se chi critica anche violentemente quest'ordine sociale facesse parte di un semplice "agonismo", una leale gara tra capitale e individui.
Ora, mi pare che non si sia ancora notato che in questi scontri la violenza è sempre stata in qualche modo irregimentata. L'obiettivo dei bellicosi è sempre il solito: la distruzione fisica di obiettivi simbolici come banche e gioiellerie (centrali di spaccio del capitale e del lusso), che non può non passare per il confronto fisico con le forze di polizia, anche nel corpo a corpo. Ogni scontro vede una parte di "vincitori" e una parte di "vinti". E' qui evidentemente in gioco una dimensione simbolica, sinteticamente analizzata da Toni Negri (Il lavoro di Dioniso): la posta consiste in una momentanea vittoria o sconfitta della forza antgonista o dello Stato, simboleggiato dalle forze di polizia. Quello che sembra essere veramente in gioco è il confronto con la forza dello Stato, all'interno di una logica di confronto violento ma non radicalmente distruttivo. Nessun bellicoso ripeterebbe oggi gli slogan degli anni settanta contro lo Stato. Il problema sembra non essere più lo Stato bensì direttamente il capitale.
Tra i bellicosi vi sono anarchici e marxisti: i primi sanno di essere troppo deboli per pensare di attaccare lo stato, gli altri non vogliono distruggerlo in quanto tale ma vorrebbero uno stato privo di capitale.
Nota: La stessa definizione giornalistica di "antagonista" tende a maschere l'esistenza della guerra sociale. Come se chi critica anche violentemente quest'ordine sociale facesse parte di un semplice "agonismo", una leale gara tra capitale e individui.
Ora, mi pare che non si sia ancora notato che in questi scontri la violenza è sempre stata in qualche modo irregimentata. L'obiettivo dei bellicosi è sempre il solito: la distruzione fisica di obiettivi simbolici come banche e gioiellerie (centrali di spaccio del capitale e del lusso), che non può non passare per il confronto fisico con le forze di polizia, anche nel corpo a corpo. Ogni scontro vede una parte di "vincitori" e una parte di "vinti". E' qui evidentemente in gioco una dimensione simbolica, sinteticamente analizzata da Toni Negri (Il lavoro di Dioniso): la posta consiste in una momentanea vittoria o sconfitta della forza antgonista o dello Stato, simboleggiato dalle forze di polizia. Quello che sembra essere veramente in gioco è il confronto con la forza dello Stato, all'interno di una logica di confronto violento ma non radicalmente distruttivo. Nessun bellicoso ripeterebbe oggi gli slogan degli anni settanta contro lo Stato. Il problema sembra non essere più lo Stato bensì direttamente il capitale.
Tra i bellicosi vi sono anarchici e marxisti: i primi sanno di essere troppo deboli per pensare di attaccare lo stato, gli altri non vogliono distruggerlo in quanto tale ma vorrebbero uno stato privo di capitale.
domenica 9 ottobre 2011
Abiltà
L'artista è il creatore delle cose belle. Rivelare l'arte e nascondere l'artista è lo scopo dell'arte
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- venerdì 26 agosto 2011
È facile definirsi intelligenti quando si ha avuto tutto il tempo ed il denaro per acculturarsi. Ma l'intelligenza non sta nella conoscenza. Essa vive nell'intuizione, nell'immaginazione. Nessun dotto potrai mai sottrarre l'intelligenza al più umile degli esseri viventi che ne sia dotato.
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- mercoledì 31 agosto 2011
Sono curiosa di vedere come farà Dio a produrre e plasmare un uno dallo zero.
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- lunedì 29 agosto 2011
Scriverò questa storia a bassa voce nella speranza di smascherare l'immagine confusa dello specchio. Si tratta di qualcuno che conosco bene, che ho frequentato per molto tempo. Una presenza della quale non ho diffidato abbastanza. La sua inafferrabilità è irritante. È un uomo che ha fretta. È appena arrivato e già sta per ripartire.
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- giovedì 25 agosto 2011
Come ogni cosa anche la serenità si conquista.
Steve Jobs
"Questo è uno dei miei mantra: concentrazione e semplicità. Il semplice può essere più forte del complesso. Devi lavorare duro per pulire il tuo pensiero e renderlo semplice. Ma alla fine ne vale la pena perché una volta ottenuto ciò, puoi spostare le montagne"
Steven Paul Jobs (1955-2011)
Il 6 Ottobre 2011 scompare l'uomo che ha rivoluzionato l'informatica e la telefonia mobile. Colui che prometteva di fare altrettanto con il consumo di notizie e con la lettura. Sotto la sua guida Apple, che vent'anni fa sembrava a rischio di estinzione, è diventata la prima azienda hi-tech del mondo in valore di Borsa, davanti a Google e Microsoft. Jobs ha incantato i consumatori del mondo intero seducendoli fino all'adozione universale dell'iPod, di iTunes, dell'iPhone, dell'iPad. Alla guida della Mela, ha incarnato ai massimi livelli il ruolo di guru e di comunicatore, imponendo trend e trasformazioni profonde nel modo di navigare in Internet, ascoltare musica o leggere i giornali
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